Buongiorno a tutti,

è probabile che la notizia sia conosciuta: poco importa. Susanna Tamaro, alcuni giorni fa, in un luogo di villeggiatura, si accorge che il suo green pass è scaduto da un giorno. Pertanto non le  è permesso svolgere le normali attività che avrebbe voluto svolgere in condizioni normali. Questo fatto le impone di prendere carta e penna ed inviare le sue riflessioni al Presidente Draghi, tramite le pagine del Corriere della Sera. Il fatto di cronaca è irrilevante ed attiene alla sfera strettamente personale della Tamaro. Ciò che a me interessa e, spero, possa interessare anche Voi, è il contenuto della lettera che la Tamaro ha scritto al Presidente Draghi. E’ perché mi interessa? Le ragioni sono diverse e provo ad esporle:

  1. Susanna Tamaro è una grande scrittrice. No, sbaglio. Una scrittrice enorme!
  2. La sua intelligenza traspare non solo dai libri ma anche dai suoi articoli, dalle sue interviste e soprattutto dall’etica della sua vita;
  3. Il contenuto della sua lettera non mi trova pienamente d’accordo ma ha certamente il pregio di ampliare la sfera delle riflessioni sia tra chi ha il dovere di guidare una nazione sia nella popolazione;
  4. Il tema non è di quelli che si possono archiviare con battute e slogan che coinvolgono la pancia, come invece vorrebbe qualche politico.
  5. le riflessioni che la Tamaro ci chiama a svolgere rivestono carattere non solamente etico.

Fin qui le (mie) ragioni di interesse per la lettera della Tamaro che provvedo a riportare di seguito, confidando che anche a voi possa imporre qualche riflessione.

Gentile presidente Draghi, mi dispiace rubarle un po’ del suo tempo prezioso e se lo faccio è perché credo che, a questo punto, il nostro Paese abbia bisogno di una riflessione seria e non partigiana su quello che è successo e su quello che sta ancora succedendo. Premetto che sono, per formazione, una naturalista dunque osservo la realtà senza pregiudizi né veli ideologici ma soltanto nella logica coerenza dei fatti. Da molti anni trascorro qualche settimana tra gennaio e febbraio in un piccolo paese sulle Alpi perché ho bisogno della quiete data dalla neve per raggiungere la parte più profonda della creatività, e così ho fatto anche quest’anno. Ero partita con degli scarponcini quasi rotti pensando di sostituirli in montagna nel negozio in cui mi servo da anni, dato che reputo la fedeltà agli esercenti un piccolo atto di resistenza umana, ma non mi è stato possibile perché il mio green pass era scaduto da un giorno. Di conseguenza, tutto il mio soggiorno creativo si è trasformato in un esilio civile: niente caffè al bar, nessun conforto in una baita, non ho potuto neppure comprare dei francobolli alla posta. Il mio crimine? Essermi fidata di quello che mi aveva garantito lo Stato, vale a dire che le persone vaccinate dopo agosto 2021 sarebbero state coperte per nove mesi. Anthony Fauci definisce le persone che hanno ricevuto due dosi di vaccino come me, «fully vaccinated», ma per lo Stato italiano questa condizione non ha alcun valore.

Questo mi porta al cuore della questione, cioè al caos e all’irrazionalità che ci hanno dominato in questi due anni. Possibile che nella mitica cabina di regia, nel momento in cui sono state decise le misure per limitare il raggio di azione dei no vax, nessuno si sia alzato in piedi a dire: scusate un momento, ma se equipariamo i vaccinati con due dosi ai no vax non stiamo lanciandoci un boomerang? Perché così facendo, primo, affermiamo la totale inefficienza del vaccino, e secondo, alimentiamo le fantasie complottiste di chi si oppone alla campagna vaccinale.

Personalmente non ho mai avuto paura del Covid, l’ho avuto nel gennaio del 2020 prima che scoppiasse la pandemia mentre i nostri politici ci invitavano ad «abbracciare i cinesi» e il mio medico, che è cinese, mi telefonava per dirmi che la cosa più importante da fare era indossare la mascherina. Che quella specie di raffreddamento fosse il Covid l’ho capito mesi dopo perché, per diverse settimane, sono stata privata del gusto e dell’olfatto. Non ho mai temuto il Covid, anche perché in me è molto chiara la divisione tra ciò che è fisico e ciò che è metafisico. I virus fanno parte del mondo naturale, come noi dunque, per quanto bizzarri e imprevedibili, sottostanno sempre alle leggi della chimica e della fisica; ed è proprio tramite queste leggi che noi, grazie ai vaccini, riusciamo in qualche modo a contrastarli e a limitarne i danni.

Se cammino in perfetta solitudine in un bosco è impossibile che mi contagi mentre se entro in un locale affollato con l’aria viziata è molto probabile che mi ammali, soprattutto se il mio sistema immunitario è debole. Questa è la realtà fisica. La medicina e le norme igieniche — ormai grandi sconosciute — sono le nostre alleate per gestirla nel migliore dei modi. Quando ho cominciato a incrociare in montagna, in luoghi popolati da marmotte e camosci, escursionisti bardati da invalicabili Ffp2, quando ho visto le forze dell’ordine costrette a inseguire persone che passeggiavano nei boschi — diabetici, cardiopatici etc. che riescono a mantenere l’equilibrio grazie al movimento quotidiano — come fossero delinquenti, ho capito che la nostra società era entrata in una pericolosissima dimensione, quella che confonde il fisico con il metafisico. Il virus non è più un virus bensì un’incarnazione del demonio, e questa incarnazione porta come conseguenza la necessità di un capro espiatorio, il no vax, e la divinizzazione del suo antagonista, il vaccino.

Se è comprensibile e umanamente giustificabile, davanti alla gravità della situazione, il caos organizzativo dei primi mesi, lo è molto meno quello che si è creato nella comunicazione proprio nel momento in cui sono arrivati i vaccini. Possiamo dire che la baraonda mediatica, la canea di esperti di ogni tipo, i nefasti vaticini quotidiani lanciati da cassandre del piccolo schermo abbiano fatto un danno non indifferente alla campagna vaccinale? Creare confusione non è mai una buona strategia quando si vuole raggiungere un risultato. In un Paese serio ci sarebbe stato un unico portavoce del governo, un medico competente e capace di usare parole pacate e sagge e tutta la comunicazione con i cittadini sarebbe stata affidata a lui. Non posso non pensare alla povera famiglia Mancuso di Enna sterminata dal virus, non perché fosse ideologizzata dal web, ma semplicemente perché aveva paura. Quanti come loro, sono stati abbandonati ai loro fantasmi, senza nessuno che li prendesse per mano? Perché, ovviamente, ai giudizi spesso sprezzanti degli scienziati si è unito il coro degli esperti di rimbalzo, capaci di insultare chiunque esitasse a vaccinarsi con i toni di livida rabbia che si concede soltanto agli ubriachi al termine della notte. La necessità del capro espiatorio ha trasformato il non vaccinato in un untore manzoniano.

La scienza però ci dice che, vaccinati e non vaccinati, ci scambiamo comunque tutti allegramente il contagio. In quest’ottica risulta anche difficile capire l’attribuzione taumaturgica del green pass. Personalmente non ho alcuna osservazione morale, filosofica o politica su questo importante documento. Nell’archivio del piccolo comune in cui vivo è registrata l’esistenza di posti di blocco istituiti nel 1800 durante un’epidemia di peste in Campania: per entrare nel paese bisognava, infatti, esibire un lasciapassare che attestasse l’assenza di soggiorni partenopei.

Ma se ci contagiamo tutti in continuazione che senso ha? Non costituisce piuttosto un importante fattore di rischio? Con il super green pass, magari addirittura illimitato, una persona, soprattutto giovane, si sente appunto super sicura e abbandona quelle cautele che, davanti a un’epidemia così insidiosa, bisognerebbe pur sempre continuare a mantenere. E il fatto che si impedisca alle persone che non hanno ancora fatto la terza dose, come me ora, di avere qualsiasi tipo di vita sociale non è qualcosa che, oltre a ledere i diritti fondamentali della persona, dà anche il colpo di grazia ai negozi e ai parrucchieri che fin qui, con le unghie e con i denti, hanno tentato di resistere? In questo momento ho gli anticorpi molto alti e dunque sarebbe una follia, nonché uno spreco, fare la terza dose, sarebbe come entrare in un bosco in cui c’è un orso feroce con un solo colpo in canna e sparare alla prima lepre che passa davanti. Un’occasione pericolosamente sprecata. Se il green pass è così essenziale era così difficile immaginarne uno «indebolito», che impedisse la partecipazione ai grandi eventi, ai concerti, agli stadi, permettendo ai «fully vaccinated» con due dosi di poter continuare con dignità la propria vita?

In Israele, un Paese certo non sprovveduto, hanno capito che i malefici del green pass superano di gran numero i benefici e ne hanno delimitato l’uso ai grandi eventi mentre noi abbiamo le forze dell’ordine costrette a entrare nei parrucchieri di paese per chiedere il green pass alle anziane clienti che si fanno la permanente. Non stiamo sfiorando il ridicolo? L’epidemia per fortuna è alle spalle, la sua virulenza si è affievolita, andiamo verso la bella stagione, il Paese è stremato, le persone sono sempre più povere e le famiglie dilaniate da feroci conflitti tra diverse fazioni, amicizie di una vita cancellate per sempre da reciproci anatemi creando nuove e terribili solitudini umane, per non parlare dei bambini che, dopo due anni di isolamento e di nefaste comunicazioni dei media, vivono in uno stato di fragilità e di terrore a cui sarà difficile porre rimedio. Comunicare ogni giorno per due anni il numero dei morti al telegiornale e concentrare tutta l’attenzione su questo ha costituito e costituisce un danno gravissimo per l’equilibrio delle persone. Molte persone vivono ormai nella condizione di irragionevole terrore e questa condizione rende debolissimo il loro sistema immunitario.

Penso che il nostro Paese abbia molte forze creative da mettere in gioco, e per liberarle abbia bisogno di essere sollevato dalla ossessiva e sempre mutevole emanazione di decreti che, come un sortilegio maligno, paralizza la vita civile, l’economia, le iniziative individuali annichilendo l’idea di futuro. Siamo 60 milioni di abitanti e soltanto il 9% della popolazione non è vaccinata, per la maggior parte bambini. Demonizzare i no vax a questo punto, imponendo la loro resa totale con l’obbligo dei vaccini, non può che esasperare la situazione perché spinge verso reazioni sempre più estreme e irrazionali. E l’irrazionalità è la cosa di cui abbiamo meno bisogno in questo momento.

Caro presidente, credo che anche lei durante l’infanzia abbia giocato a nascondino, si ricorda quel momento magico in cui il bambino più abile e veloce riusciva a toccare l’albero gridando: «Tana libera tutti»? Ecco, forse il nostro amato Paese ha bisogno proprio di questo, di lasciare alle spalle il dolore, la paura, l’impotenza, gli ossessivi controlli polizieschi per permettere alle energie vitali di rinascere e affrontare il periodo comunque economicamente difficile che ci aspetta. Verranno nuove epidemie, certo, — come ci viene funestamente ricordato ogni santo giorno dai media — ma tutti i viventi lottano costantemente contro gli agenti patogeni, in questo caso però la pandemia è alle spalle e continuare a ipotizzare catastrofi future è, da tutti i punti di vista, una follia. Comunque una profezia la posso fare anch’io. Prima o poi moriremo tutti. Intanto però sarebbe bello che potessimo riprendere a vivere.

Dicevo che non sono completamente d’accordo con il contenuto espresso da Tamaro; mi pare di cogliere tra le righe, una esortazione al Presidente e, di concerto, ai suoi ministri, di assumere un ruolo non solo “politico” ma anche “morale” alla base delle decisioni di governo.  Tamaro ricorda al Presidente che “… il Paese è stremato, le persone sono sempre più povere e le famiglie dilaniate da feroci conflitti tra diverse fazioni, amicizie di una vita cancellate per sempre da reciproci anatemi creando nuove e terribili solitudini umane, per non parlare dei bambini che, dopo due anni di isolamento e di nefaste comunicazioni dei media, vivono in uno stato di fragilità e di terrore a cui sarà difficile porre rimedio ...” come non convenire?  Eppure dal mio punto di vista, mi auguro che il Presidente Draghi, che certamente non è insensibile al tema, non si faccia condizionare, nella lotta alla pandemia, da spinte emozionali che, se così fosse, potrebbero ricondurci in un baratro dal quale difficilmente potremmo uscire.

Ma Tamaro evidenzia un tema enorme e reale, la cui drammaticità non si è ancora manifestata completamente: sia in tema di fragilità della nostra società e sia in tema dei tanti errori commessi nel tentare di combattere la guerra contro la pandemia. Siamo in guerra; e ogni guerra lascia sul terreno i suoi morti: sempre innocenti! Ma da questa guerra dobbiamo uscirne e uscirne vincitori: mantenendo la barra dritta!  Sono persone come Susanna Tamaro, il Presidente Draghi, Roberto Speranza e tantissimi altri che ci permetteranno di vincerla.

Un saluto.

Zavoratti